MALECOSTE, da Campo Imperatore alla cima Karol Wojtila
Racconto di un’escursione di Fabrizio Bernini
Lo sapevamo tutti, lo sapeva il mondo, lo riporta un noto proverbio, anche nel film il Marchese del Grillo viene ripetuto, che morto un Papa se ne fa un altro. Ma Giovanni Paolo II ha segnato un’epoca, di Lui si parla ancora oggi come di un mito (spero di non essere accusato di blasfemia dai cattolici più rigorosi) e si continuerà a parlare negli anni a venire, a prescindere dal fatto se qualche “Concilio” gli darà o meno il bollino di Santo o Beato. E di lui ricordiamo anche la grande passione per la montagna, dove era stato sciatore da giovane e dove si ritirava per pregare o per riposarsi ogni qualvolta poteva. In Abruzzo devono averlo avuto a cuore in modo particolare, perché un paio di anni fa, dopo la sua morte, decisero di dedicargli il nome di una vetta inserita nel massiccio del Gran Sasso, così come riporta nel dettaglio questa cronaca: www.korazym.org.
E domenica 23 settembre 2007, salendo da Campo Imperatore, anche una nutrita “delegazione” di associati FIE ha raggiunto questa cima poco nota, ammirando le gigantesche opere d’arte di madre natura che a suo tempo ammirò anche il Papa. Le solite due orette per arrivare da Rebibbia a Fonte Cerreto, dove la colazione dentro il Rifugio è d’obbligo per entrare nel clima montanaro. L’aria settembrina punge, nonostante la giornata sia limpida e meravigliosa. Alle 10.30 siamo pronti per iniziare la salita, dopo aver parcheggiato in quota nei pressi dell’osservatorio di Campo Imperatore (2100 mt s.l.m.). Che dire? Siamo già al cospetto del Re Gran Sasso e di alcuni suoi degni valletti di corte, tra cui il Prena. Ma il bello deve ancora venire… Il Rifugio Duca d’Abruzzi, sopra di noi, ci ricorda che tra un paio di mesi qui sarà già quasi tempo di neve.
La immensa piana sotto di noi, ora deserta, sembra già prepararsi a quel momento, allorquando lo stesso identico posto dove ora stiamo camminando sarà gremito di sciatori che barcollando con gli scarponi si accingono a prendere la vicina funivia. Il nostro cammino si svolge quasi tutto a mezza costa e dopo poco più di mezz’ora siamo immersi negli Appennini abruzzesi. Il Gran Sasso sembra seguirci, la sua mole immane lo fa rimanere fisso anche durante la percorrenza ma al tempo stesso a portata di mano, si potrebbe incautamente pensare di poterlo raggiungere facilmente. Ci aspetta Pizzo Cefalone, dobbiamo arrivare fin quasi sulla vetta prima di poter affrontare la cresta scoscesa che conduce alla meta. Inizialmente nascosto dall’imponente Cefalone, appare all’improvviso anche Pizzo Intermesoli, che sembra voler far prevalere la sua stazza confrontandosi con il suo gigante gemello. La natura intorno a noi sembra ancora piuttosto ferma dopo l’estate, in attesa di una pioggia ristoratrice che bagni le radici assetate. Il forte ginepro è aggrappato alle rocce e funge da nascondiglio per minuscoli abitanti del luogo, come ragni e cavallette.
La nostra marcia è abbastanza lenta da consentire di assaporare l’aria e il paesaggio. In lontananza, siamo sicuri di intravedere anche l’Adriatico; sapendo che stà lì, basta solo un pò di immaginazione e un puntino può essere la costa della Croazia… Stefania ci ricorda che il cammino è lungo, dobbiamo ancora affrontare la parte più impegnativa. Il gruppo è numeroso, 21 in tutto. Tra noi ci sono anche 9 aspiranti AEN e Gianfranco cerca di trasferire loro tutta la sua grande esperienza. Senza arrivare in vetta al Cefalone, tagliamo attraverso un delicato passaggio esposto e siamo in vista della cresta che porta fino alla cima Wojtila. Ora nella scenografia è apparso anche il lago di Campotosto, appariscente gioiello turchese incastonato tra queste pietre preziose. In prossimità della cresta ci fermiamo e possiamo in tutta tranquillità goderci lo spettacolo al gran completo.
Ora anche il Corvo e lo Jenca sono dei nostri, sembrano osservare le nostre caute mosse da lontano. Siccome la sicurezza non è mai troppa, Gianfranco e Stefania montano una corda-guida sfruttando gli spit già presenti; anche solo sapere di poterla afferrare, se necessario, fa comodo un pò a tutti. Alla spicciolata attraversiamo la cresta, mentre qualcuno, nell’attesa, approfitta per ricaricarsi sbocconcellando qualcosa. Allegria ed entusiasmo sono lo scenario ideale per questa giornata, tutti siamo impazienti di vivere la fase più soddisfacente del percorso. Ecco la cima, adesso la croce montata sulla sua sommità è a poca distanza e uno dopo l’altro la raggiungiamo. La croce di circa 2 metri riporta la dedica al Papa, segna 2424 mt. C’è appena lo spazio per tutti e ci sistemiamo in ordine sparso per godere al meglio del panorama, ora a 360° intorno a noi. Ciao Velino, ciao Sirente, sotto di noi la piana dell’Aquila e dietro i suoi immensi silenti guardiani. Un pò più a sinistra la Maiella, montagna madre degli Appennini abruzzesi. Non possiamo avere di più, almeno non da qui.
Gli zaini ora si aprono; frutta, panini, anche qualcosa di più impegnativo fa la sua comparsa. Niente di meglio che osservare l’immensità del panorama mentre arrivano anche i primi segnali di fame. Dopo il pranzo riprendiamo la via del ritorno; come sempre, la parte più gratificante è passata e si affronta la via del ritorno con il duplice sentimento della nostalgia precoce e dell’intima consapevolezza di essersi arricchiti ancora un pochino. Un oro invisibile che vale molto più di quello giallo e di quello nero, ma solo pochi eletti possono capirlo… La vista dell’osservatorio ci accoglie dietro l’ultimo scorcio di montagna, sono quasi le 17.00 e ormai l’imbrunire autunnale incombe. Gianfranco riunisce il gruppo mostrando alcune tecniche per fare i nodi, ma può durare poco perché la temperatura si sta abbassando velocemente. Ci salutiamo e ci scambiamo gli indirizzi di posta, c’è voglia di condividere i ricordi della giornata. Con un sorriso stampato sul volto, evidente segnale di soddisfacente gioia interiore, ci avviamo verso le macchine, dove ciascuno trova modo di assaporare un gradevole tepore e un meritato riposo.
Monte Viglio
(2156 mt s.l.m.)
escursione G.E.P. e SENTIERO VERDE del 16.09.2007
Racconto di un’escursione di Fabrizio Bernini
Anche questa volta non sono riuscito a convincere gli amici a seguirmi, “la domenica è sacra, mi dedico a me stesso”, “la domenica ciabatte e pigiama fino alle 11.00″, “andiamo a fare un giro da Ikea, dobbiamo sistemare la camera da letto…”. Eccomi dunque ancora una volta davanti all’Antico Casello alle 7.30 in punto, è la prima escursione dopo il ritorno dalle vacanze estive. La mattina è fresca e questa domenica di metà settembre promette un bel carico di emozioni da spendere in montagna.
La meta è il Monte Viglio, la vetta più alta dei Monti Càntari. Posto al confine tra Lazio e Abruzzo, tra le province di Frosinone e L’Aquila, il Viglio è contenuto nel Parco Naturale Regionale dei Monti Simbruini. Siamo in 15, belle facce allegre più o meno assonnate, ma pronte a svegliarsi di fronte alla sollecita organizzazione degli accompagnatori, i due AEN Pietro Pieralice e Giuseppe Virzì. Dopo la partenza da Roma, l’appuntamento è a Filettino, dove arriviamo dopo essere passati per la bella cittadina di Fiuggi. Tra ritardi e strade sbagliate, ci ritroviamo davanti alla fontana dell’Aniene alle 10.00, con la genuina impazienza di mollare le macchine e sgranchire finalmente le gambe. Ancora una mezz’oretta di sofferenza prima di arrivare al valico Serra S.Antonio (circa 1600 mt slm), da cui l’indicazione per campo Staffi mi fa venire voglia di sciare. Finalmente! Tutti a terra, zaini in spalla e si parte.
La prima mezz’ora del percorso si svolge su un sentiero sterrato che sale dolcemente verso la Fonte Moscosa (circa 1616 mt slm), dove facciamo un primo stop per decidere quale sentiero prendere tra i due che conducono alla vetta del Viglio. Qualcuno ne approfitta per fare scorta d’acqua sorgiva alla Fonte Moscosa, nulla da individare allo spot di Messner davanti alla fonte Levissima!! C’è anche un’area picnic che ci avrebbe attesi fino al nostro ritorno, qualche ora più tardi. Saliamo verso destra, scegliendo tra i due il percorso più panoramico. Il gruppo è ben assortito e tutti abbiamo una gran voglia di scoprire le bellezze di questa parte del Parco.
Dopo qualche decina di minuti incontriamo i primi cavalli, che con i loro zoccoli si tenevano in equilibrio (apparentemente precario) sulla costa della montagna, scovando con perizia qualche cespuglio da brucare tra le scomode rocce. Arriviamo così al pianoro da cui ci appare un primo assaggio della vista sui monti circostanti. La foschia ci nega di riconoscere con precisione diverse vette, ma avvistiamo con certezza il cono del Velino, sulla destra il fratello minore Cafornia e più in là le Gole di Celano. Non affrontiamo grosse “pettate”, la salita è impegnativa pur mantenendosi ad un ottimo livello di godibilità. La croce azzurra a quota 2156 inizia a scorgere in lontananza e con il binocolo si intravedono nitidamente le sagome degli escursionisti che ci precedevano. Dopo un lungo tratto a mezza costa, ecco spuntare il massiccio “Gendarme”, grosso blocco di pietra preposto a sorvegliare la salita alla vetta, ultimo baluardo prima del ripido tratto finale.
Dopo esserci avvicinati, lo affrontiamo uno dopo l’altro, con sicurezza, l’impegno è abbordabile anche per i meno esperti. Ora siamo proprio sotto la vetta e alcuni di noi preferiscono costeggiare la cresta lateralmente piuttosto che arrivare da sotto. Alcuni metri più in basso della croce, un eterno ricordo di tre escursionisti giace inerme, ancora una volta ricordando che la montagna esige rispetto sempre e comunque. Finalmente tocchiamo la croce! Il diario di vetta 2007 lasciato dalla sezione CAI di Colleferro ci aspetta ben custodito dentro la cassettina di ferro. A turno ci passiamo la penna e scriviamo qualche pensiero lasciandoci trasportare dalla gioia e dalla misticità di quel momento, solo apparentemente uguale a quello vissuto in precedenza su un altro monte.
Osserviamo la Val Roveto sul versante Est, la Val Granara sul versante Ovest, le vette lontane della Maiella, del Velino e del Sirente. Spezziamo l’incantesimo per un buon motivo, il pranzo. La soddisfazione produce relax e con la bocca piena ci godiamo il fresco vento d’altura. Un vento che spinge anche alcuni nuvoloni sopra di noi, incoraggiando alcuni a rovistare nello zaino prima di indossare un’altra maglietta. Qualcuno ha le competenze per arricchire questi momenti con un tocco di cultura. Veniamo infatti a sapere che proprio sotto il cocuzzolo, ben visibile, si trova un cimelio storico non indifferente, ovvero uno dei cippi che segnavano il confine tra Stato Pontificio ed il Regno Borbonico di Napoli.
Pare che nella zona ne siano disseminati parecchi tuttora, numero che va via via purtroppo riducendosi a causa di qualche furbone che spera di dare importanza alla propria sala da pranzo… Questo confine era attraversato dai briganti quando, dopo l’unità d’Italia, il Papa dava protezione a chi recava qualche forma di danno ai propri nemici. Presi dalla curiosità, alla spicciolata tutti ci spingiamo fin là per una capatina. Ancora evidenti sono da una parte le Chiavi di Pietro, simbolo dello Stato Pontificio, e dall’altra il Giglio, simbolo dei Borboni. Ci concediamo ancora qualche minuto di relax, tra fotografie e battute defaticanti. I nuvoloni ci convincono ad incamminarci e, lentamente, iniziamo la via del ritorno. In ordine sparso, fermandoci nei punti più panoramici a godere l’immensità del panorama, ancora una volta affrontiamo il Gendarme, questa volta in discesa. Qualche difficoltà in più, alcuni ciottoli smossi dagli scarponi precipitano facendomi riflettere sulla fatalità di un incidente di montagna.
Con accortezza ci ritroviamo di nuovo tutti insieme, ora la fatica si sente e le ginocchia possono far cilecca. Il gruppo a fisarmonica si ritrova e si disperde, ma ormai siamo in vista di Filettino, segno evidente che anche questa esperienza sta volgendo al termine. L’area picnic adiacente alla Fonte Moscosa è l’ideale per scambiare qualche battuta ed ascoltare i più esperti che raccontano aneddoti divertenti, aggiungendo un ricordo in più ad una giornata da incorniciare. Con malavoglia ci alziamo e affrontiamo l’ultimo tratto del sentiero che riporta al Valico Serra S.Antonio. Ne approfitto per camminare da solo, rifletto, mi fermo, guardo ammirato a terra come un bambino le foglie dell’autunno, stupendo tappeto naturale. La giornata volge al termine ed io sono contento di godere ancora di queste piccole cose, felice di poter sentire il vento soffiare ed il mio respiro lento riempirmi i polmoni.

